Disprassia nei bambini: che cos’è, come si riconosce, come si interviene

 

Vi propongo un articolo di Valentina Murelli

Circa sei bambini su 100 soffrono di disprassia, un disturbo della coordinazione motoria caratterizzato da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali. Le conseguenze a volte sono lievi – il bambino si limita a sembrare un po’ “goffo” – mentre altre volte possono limitare la vita quotidiana.

Bambini che, a tre o quattro anni, non riescono a togliersi la giacca o a mangiare con il cucchiaino senza sporcarsi tutti. Bambini goffi, impacciati, che inciampano di continuo, cadono spesso e non riescono per esempio a calciare bene una palla. O, ancora, bambini che sembrano pigri e distratti e non rimangono concentrati per più di pochi minuti. Sono alcune delle possibili manifestazioni della disprassia, una condizione caratterizzata da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali e che in alcuni casi può avere un impatto importante sulla vita dei bambini colpiti.

 

  1. Che cos’è la disprassia?

 

“Tradizionalmente, la disprassia è sempre stata classificata come un disturbo della coordinazione motoria” spiega la neuropsicologa Letizia Sabbadini, presidente dell’Associazione italiana disprassia dell’età evolutiva (AIDEE). “Tuttavia, oggi si tende a utilizzare una definizione più generale, che inquadra la disprassia come difficoltà a pianificare e compiere movimenti intenzionali in serie o in sequenza“.

Questo disturbo – non si parla di malattia – può essere presente da solo (disprassia primaria), oppure associato ad altre condizioni e sindromi, come l’autismo o la sindrome di Down (disprassia secondaria).

 

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  1. Quanto è frequente?

Non ci sono dati italiani relativi alla frequenza della disprassia tra i bambini. Secondo unarticolo scientifico pubblicato nel 2007 da ricercatori inglesi, sarebbe colpito il 6% dei bambini, alcuni in forma più lieve, quasi irrilevante, altri in forma più grave. Il disturbo sembra molto più frequente nei maschi che nelle femmine: il rapporto è di circa quattro a uno.

 

  1. Come si manifesta?

Esistono varie forme di disprassia, che possono interessare solo l’ambito motorio, coinvolgendo vari aspetti della vita quotidiana, o anche quello verbale. Per parlare, infatti, è necessario coordinare e mettere in sequenza una serie di movimenti muscolari, e se questa capacità viene meno, compaiono difficoltà nell’espressione verbale, dalla lallazione in avanti.

 

 

6 trucchi per sviluppare la motricità fine dei bambini

“Alcuni bambini disprattici hanno difficoltà a fare le scale o a fare i classici giochi all’aperto, come saltare, saltellare, tirare calci a una palla” spiega Sabbadini. “Per questo, possono isolarsi volontariamente da questi giochi, perché avvertono di essere goffi e impacciati. Altri bambini non riescono a vestirsi correttamente, anche in un età in cui i coetanei riescono perfettamente. Hanno difficoltà ad allacciare stringhe e bottoni o a togliersi la giacca. E ancora, possono mostrare difficoltà a usare le forbici, a disegnare, addirittura a tenere in mano la matita. Anche in questo caso, in genere evitano volontariamente questo tipo di attività”.

 

Come abbiamo visto, possono anche esserci difficoltà verbali, oppure nella lettura e nella scrittura. A meno che non siano presenti altre sindromi non si tratta in genere di disturbi di origine cognitiva ma, di nuovo, di disturbi legati alla coordinazione motoria, per esempio alla coordinazione dei movimenti dello sguardo o di quelli della mano.

 

“Spesso nello stesso bambino si riscontrano più tipi di disprassia, di cui magari uno prevalente e gli altri più sfumati”, sottolinea Sabbadini. Inoltre, è importante ricordare che il disturbo può essere associato a un importante carico di frustrazione, dovuto alla consapevolezza dei propri “limiti”.

 

  1. Da che cosa dipende?

Le cause non sono ancora state chiarite. Si sa che la disprassia non sembra associata a particolari lesioni cerebrali, e l’ipotesi è che sia dovuta a un’immaturità di alcuni circuiti nervosi del cervello.

Il rischio di disprassia sembra più elevato in bambini:

  1. Quali sono i sintomi che c’è qualcosa che non va?

Esistono diversi indicatori, nelle varie fasce d’età, che possono suonare come campanello d’allarme.

 

Primi due anni

  • difficoltà di suzione e alimentazione;
  • difficoltà nei cambi di posizione;
  • difficoltà ad afferrare oggetti;
  • ritardo nell’arrivare a particolari fasi dello sviluppo psicomotorio, come il gattonamento, la posizione seduta, il fatto di mettersi in piedi, il fatto di camminare da solo;
  • ritardo nella lallazione e, a due anni, scarsa varietà linguistica (produce meno di 50 parole).

Età prescolare

  • difficoltà di concentrazione (il livello di attenzione non supera i 2-3 minuti);
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • iperattività, movimento continuo, sonno agitato;
  • difficoltà a salire e scendere le scale;
  • difficoltà a compiere semplici giochi all’aperto, come saltare o calciare la palla;
  • difficoltà nei giochi di costruzione e di travaso, con il disegno, con le posate.

Età scolare

  • difficoltà di concentrazione;
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • difficoltà nel disegno;
  • difficoltà di copiatura dalla lavagna, nella scrittura (disgrafia) e nella scrittura,
  • difficoltà a farsi degli amici;
  • difficoltà o incapacità a organizzarsi, atteggiamenti caotici;
  • possibilità di esclusione sociale, di classificazione come bambino goffo, impacciato, “imbranato”.

 

 

Attenzione, però: notare qualcuno di questi segnali non significa per forza che il bambino sia disprattico. Può darsi tranquillamente che la sua sequenza di sviluppo sia solo un po’ più lenta di quella dei coetanei. Ogni bambino, in fondo, ha i suoi tempi.

Tuttavia, in caso di dubbio, sempre meglio rivolgersi al medico. Perché se davvero ci fosse un problema, prima si interviene e meglio è.

 

  1. Chi fa la diagnosi?

I primi ad accorgersi che c’è qualcosa che non va sono di solito i genitori, in particolare la mamma. Il primo punto di riferimento, in questo caso, è il pediatra, che eventualmente rimanderà a uno specialista, per esempio un neuropsicologo o neuropsichiatra infantile.

 

  1. Come si interviene?

“Poiché si tratta di un disturbo multisistemico, che interessa più piani della vita e dell’attività del bambino, gli interventi dovrebbero essere multidisciplinari, e riferiti alle varie componenti coinvolte: motoria, verbale, emotiva” sostiene Sabbadini. Le figure previste per una terapia integrata sono in genere quelle di psicologi, neuromotricisti, logopedisti.

 

“Gli interventi terapeutici sono in genere basati sul gioco, su attività che vengano percepite il più possibile come ludiche” spiega Sabbadini. “L’aspetto davvero importante è che ci sia unaforte collaborazione tra terapisti e famiglia e – per i più grandi – anche la scuola”.

 

  1. Si può guarire?

“Non è propriamente corretto parlare di guarigione, visto che non stiamo parlando di una malattia” afferma Sabbadini. “Quello che succede è che ci sono delle difficoltà più o meno marcate nello svolgere compiti della vita quotidiana e che quindi si può lavorare per eliminare o attenuare queste difficoltà. In alcuni casi si riesce a risolvere il problema completamente, in altri invece questo non è possibile, ma si riesce comunque a trovare sistemi per compensare i limiti. In genere, gli interventi sono tanto più efficaci quanto più sono precoci“.

 

Va però sottolineato che di solito, anche chi recupera completamente tutte le abilità ha sempre bisogno di un po’ più di tempo per svolgere determinati compiti e azioni.

“I movimenti – chiarisce Sabbadini – non diventano mai del tutto automatici, per questo può rimanere una certa lentezza esecutiva”.

 

Fonti per questo articolo: consulenza di Letizia Sabbadini, neuropsicologa e presidente dell’Associazione italiana disprassia dell’età evolutiva; articolo scientifico pubblicato suArchives of Disease in Childhoodmateriale informativo del Servizio sanitario inglese; materiale informativo dell’Associazione AIDEE.

 

La leggenda dei “bambini che non sono pronti per la logopedia”

 

Posted by Silvia Magnani

Proprio ieri, la dottoressa Silvia Magnani ha postato questo articolo, veramente interessante!!! Mi piacerebbe che alcuni dei colleghi neuropsicomotricisti, psicologi e neuropsichiatri con cui ho lavorato lo leggessero…

Troppo spesso si ostinano a far iniziare il percorso logopedico dopo la fatidica maturazione (???) di cui parla la dottoressa Magnani, ma il logopedista è in grado di attuare attività adeguate e mirate al bambino che si trova davanti ed è in grado di modellare e modellarsi… (per lo meno quelli competenti!)

Ecco a voi l’articolo…

Molte volte, quando come foniatri raccogliamo l’anamnesi di un bimbo che giunge per una valutazione in ritardo di linguaggio, ci sentiamo dire che il piccolo, magari di due o tre anni, non è stato ancora appoggiato in terapia logopedica perché giudicato “non pronto”.

 

Quale maturazione stiamo aspettando?

Esiste in questa locuzione una convinzione intrinseca: un piccolo che necessita di una presa in carico logopedica può venirvi ammesso solo raggiunto un certo grado di maturità. Ma a quale maturità si allude?

La prima supposizione è che la maturità in questione sia una sorta di raggiungimento delle buone maniere paziente relate, che, in parole semplici, possono essere riassunte in questo: accettare il setting. Secondo questa visione un piccolo è adatto alla logopedia se dimostra una buona compliance alla modalità di esercizio abituale della professione logopedica (star seduto, star fermo una volta accomodato, accettare il lavoro al tavolo, non vagare per la stanza, ecc.). Un dubbio è legittimo: siamo certi che il logopedista debba essere un professionista in grado di operare solo a un tavolino?

La seconda supposizione è che un piccolo possa essere messo in terapia solo se ha una capacità di attenzione adeguata e prolungata. Anche qui è sottintesa una contraddizione: se il potenziamento dell’attenzione è esso stesso un obiettivo di interesse logopedico, non dovrebbe essere insita nel programma riabilitativo anche una attenzione specifica a questi aspetti? Non è pregiudiziale pretendere un livello di attenzione accettabile per iniziare a curare?

La terza supposizione è che un bimbo sia maturo per la terapia logopedica solo se è in grado di interessarsi alle proposte formali che sono il naturale bagaglio del logopedista (immagini, storie in sequenza, manipolazioni orali, esercizi prassici, modellamenti fonoarticolatori, ecc.).  L’assurdo della cosa è doppio: è il bimbo che deve essere adeguato alle esigenze del terapista e non piuttosto il terapista che deve adattarsi a quelle del bambino? Il terapista è solo un professionista addestrato a mettere in campo solo ciò che conosce e gli è stato insegnato, indipendentemente da chi ha di fronte, o non piuttosto un creatore di strategie in tempo reale?

La quarta supposizione è la più inquietante. Per accedere alla terapia logopedica occorre possedere almeno una minima competenza verbale-fonatoria o almeno comunicativa in sé.  Anche a questa modalità di procedere fa da corollario una convinzione molto diffusa: se comunicazione non c’è non deve esserci logopedia! Come se la logopedia non fosse terapia comunicativa in senso proprio ma solo terapia linguistica e, ancora più grave, come se la competenza comunicativa procedesse per vie alternative delle quali la linguistica è la più complessa (quindi da proporsi in situazioni di sviluppo più evoluto e, in ogni caso, più tardi). E questo quando è ovvio che al linguaggio siamo esposti sin dal ventre materno e che la nostra abilità linguistica evolve, si integra, si completa in armonia con le competenze comunicative mimiche, gestuali, posturali, vocali e pragmatiche.

 

Ma se non si accetta la sfida che professionisti si è?

Credo che di fronte alla affermazione apodittica “questo bambino non è pronto per la logopedia” un professionista debba per prima cosa stupirsi (c’è qualcuno “non pronto” per imparare a comunicare?), poi offendersi, perché con questa frase vede negata sia la propria creatività (di inventare esercizi nuovi o di adattare esercizi conosciuti al paziente), sia la propria professionalità di riabilitatore non solo del linguaggio.

Un’ultima precisazione merita ancora il ruolo rispettivo e la modalità di interazione tra psicomotricista e logopedista. La psicomotricità non è il contenitore terapeutico al quale inviare i cosiddetti “bambini non pronti per la logopedia”, quale fosse un training preparatorio alla educazione vera e propria degli aspetti linguistici della comunicazione.

La psicomotricità è una modalità di approccio terapeutico mediata dal corpo e dal movimento. Strumento fondamentale, insostituibile se questo è il medium preferenziale del piccolo, anche in presenza di linguaggio.

La logopedia è un approccio terapeutico che privilegia il medium vocale e linguistico ma che ha nel corpo, nell’uso dello spazio e del movimento alcuni degli strumenti possibili di avvicinamento, controllo e riabilitazione del piccolo paziente.

 

Giocando Creo…

Quest’anno l’inverno ci ha regalato tanti malanni, per cui le ho provate tutte per intrattenere i miei due nanerottoli, teatrino, letture, ricette, esperimenti, giochi, un pò di tv (che in alcuni momenti, mi salva proprio la vita…) ma ad un certo punto ho quasi esaurito le idee… Per fortuna ho rispolverato un libricino proprio carino che tenevo per i periodi “di crisi”, lo ha trovato mio cugino in un mercatino di roba usata ed ha pensato alla mia piccola artista che ama qualsiasi tipo di attività creativa… Ecco qui alcuni lavoretti da poter fare…

La prima foto rappresenta la legenda, in ogni creazione, infatti, trovate in alto a sinistra solo  la lista disegnata degli oggetti che servono per portare a termine l’attività, sotto la spiegazione (solo disegni, in modo tale da essere molto più comprensibile dai bambini) e nella parte destra il risultato. A me, Bianca e Pietro sono piaciuti moltissimo!!!