Disprassia nei bambini: che cos’è, come si riconosce, come si interviene

 

Vi propongo un articolo di Valentina Murelli

Circa sei bambini su 100 soffrono di disprassia, un disturbo della coordinazione motoria caratterizzato da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali. Le conseguenze a volte sono lievi – il bambino si limita a sembrare un po’ “goffo” – mentre altre volte possono limitare la vita quotidiana.

Bambini che, a tre o quattro anni, non riescono a togliersi la giacca o a mangiare con il cucchiaino senza sporcarsi tutti. Bambini goffi, impacciati, che inciampano di continuo, cadono spesso e non riescono per esempio a calciare bene una palla. O, ancora, bambini che sembrano pigri e distratti e non rimangono concentrati per più di pochi minuti. Sono alcune delle possibili manifestazioni della disprassia, una condizione caratterizzata da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali e che in alcuni casi può avere un impatto importante sulla vita dei bambini colpiti.

 

  1. Che cos’è la disprassia?

 

“Tradizionalmente, la disprassia è sempre stata classificata come un disturbo della coordinazione motoria” spiega la neuropsicologa Letizia Sabbadini, presidente dell’Associazione italiana disprassia dell’età evolutiva (AIDEE). “Tuttavia, oggi si tende a utilizzare una definizione più generale, che inquadra la disprassia come difficoltà a pianificare e compiere movimenti intenzionali in serie o in sequenza“.

Questo disturbo – non si parla di malattia – può essere presente da solo (disprassia primaria), oppure associato ad altre condizioni e sindromi, come l’autismo o la sindrome di Down (disprassia secondaria).

 

Primi (possibili) segnali di autismo nei bambini da 0 a 3 anni

  1. Quanto è frequente?

Non ci sono dati italiani relativi alla frequenza della disprassia tra i bambini. Secondo unarticolo scientifico pubblicato nel 2007 da ricercatori inglesi, sarebbe colpito il 6% dei bambini, alcuni in forma più lieve, quasi irrilevante, altri in forma più grave. Il disturbo sembra molto più frequente nei maschi che nelle femmine: il rapporto è di circa quattro a uno.

 

  1. Come si manifesta?

Esistono varie forme di disprassia, che possono interessare solo l’ambito motorio, coinvolgendo vari aspetti della vita quotidiana, o anche quello verbale. Per parlare, infatti, è necessario coordinare e mettere in sequenza una serie di movimenti muscolari, e se questa capacità viene meno, compaiono difficoltà nell’espressione verbale, dalla lallazione in avanti.

 

 

6 trucchi per sviluppare la motricità fine dei bambini

“Alcuni bambini disprattici hanno difficoltà a fare le scale o a fare i classici giochi all’aperto, come saltare, saltellare, tirare calci a una palla” spiega Sabbadini. “Per questo, possono isolarsi volontariamente da questi giochi, perché avvertono di essere goffi e impacciati. Altri bambini non riescono a vestirsi correttamente, anche in un età in cui i coetanei riescono perfettamente. Hanno difficoltà ad allacciare stringhe e bottoni o a togliersi la giacca. E ancora, possono mostrare difficoltà a usare le forbici, a disegnare, addirittura a tenere in mano la matita. Anche in questo caso, in genere evitano volontariamente questo tipo di attività”.

 

Come abbiamo visto, possono anche esserci difficoltà verbali, oppure nella lettura e nella scrittura. A meno che non siano presenti altre sindromi non si tratta in genere di disturbi di origine cognitiva ma, di nuovo, di disturbi legati alla coordinazione motoria, per esempio alla coordinazione dei movimenti dello sguardo o di quelli della mano.

 

“Spesso nello stesso bambino si riscontrano più tipi di disprassia, di cui magari uno prevalente e gli altri più sfumati”, sottolinea Sabbadini. Inoltre, è importante ricordare che il disturbo può essere associato a un importante carico di frustrazione, dovuto alla consapevolezza dei propri “limiti”.

 

  1. Da che cosa dipende?

Le cause non sono ancora state chiarite. Si sa che la disprassia non sembra associata a particolari lesioni cerebrali, e l’ipotesi è che sia dovuta a un’immaturità di alcuni circuiti nervosi del cervello.

Il rischio di disprassia sembra più elevato in bambini:

  1. Quali sono i sintomi che c’è qualcosa che non va?

Esistono diversi indicatori, nelle varie fasce d’età, che possono suonare come campanello d’allarme.

 

Primi due anni

  • difficoltà di suzione e alimentazione;
  • difficoltà nei cambi di posizione;
  • difficoltà ad afferrare oggetti;
  • ritardo nell’arrivare a particolari fasi dello sviluppo psicomotorio, come il gattonamento, la posizione seduta, il fatto di mettersi in piedi, il fatto di camminare da solo;
  • ritardo nella lallazione e, a due anni, scarsa varietà linguistica (produce meno di 50 parole).

Età prescolare

  • difficoltà di concentrazione (il livello di attenzione non supera i 2-3 minuti);
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • iperattività, movimento continuo, sonno agitato;
  • difficoltà a salire e scendere le scale;
  • difficoltà a compiere semplici giochi all’aperto, come saltare o calciare la palla;
  • difficoltà nei giochi di costruzione e di travaso, con il disegno, con le posate.

Età scolare

  • difficoltà di concentrazione;
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • difficoltà nel disegno;
  • difficoltà di copiatura dalla lavagna, nella scrittura (disgrafia) e nella scrittura,
  • difficoltà a farsi degli amici;
  • difficoltà o incapacità a organizzarsi, atteggiamenti caotici;
  • possibilità di esclusione sociale, di classificazione come bambino goffo, impacciato, “imbranato”.

 

 

Attenzione, però: notare qualcuno di questi segnali non significa per forza che il bambino sia disprattico. Può darsi tranquillamente che la sua sequenza di sviluppo sia solo un po’ più lenta di quella dei coetanei. Ogni bambino, in fondo, ha i suoi tempi.

Tuttavia, in caso di dubbio, sempre meglio rivolgersi al medico. Perché se davvero ci fosse un problema, prima si interviene e meglio è.

 

  1. Chi fa la diagnosi?

I primi ad accorgersi che c’è qualcosa che non va sono di solito i genitori, in particolare la mamma. Il primo punto di riferimento, in questo caso, è il pediatra, che eventualmente rimanderà a uno specialista, per esempio un neuropsicologo o neuropsichiatra infantile.

 

  1. Come si interviene?

“Poiché si tratta di un disturbo multisistemico, che interessa più piani della vita e dell’attività del bambino, gli interventi dovrebbero essere multidisciplinari, e riferiti alle varie componenti coinvolte: motoria, verbale, emotiva” sostiene Sabbadini. Le figure previste per una terapia integrata sono in genere quelle di psicologi, neuromotricisti, logopedisti.

 

“Gli interventi terapeutici sono in genere basati sul gioco, su attività che vengano percepite il più possibile come ludiche” spiega Sabbadini. “L’aspetto davvero importante è che ci sia unaforte collaborazione tra terapisti e famiglia e – per i più grandi – anche la scuola”.

 

  1. Si può guarire?

“Non è propriamente corretto parlare di guarigione, visto che non stiamo parlando di una malattia” afferma Sabbadini. “Quello che succede è che ci sono delle difficoltà più o meno marcate nello svolgere compiti della vita quotidiana e che quindi si può lavorare per eliminare o attenuare queste difficoltà. In alcuni casi si riesce a risolvere il problema completamente, in altri invece questo non è possibile, ma si riesce comunque a trovare sistemi per compensare i limiti. In genere, gli interventi sono tanto più efficaci quanto più sono precoci“.

 

Va però sottolineato che di solito, anche chi recupera completamente tutte le abilità ha sempre bisogno di un po’ più di tempo per svolgere determinati compiti e azioni.

“I movimenti – chiarisce Sabbadini – non diventano mai del tutto automatici, per questo può rimanere una certa lentezza esecutiva”.

 

Fonti per questo articolo: consulenza di Letizia Sabbadini, neuropsicologa e presidente dell’Associazione italiana disprassia dell’età evolutiva; articolo scientifico pubblicato suArchives of Disease in Childhoodmateriale informativo del Servizio sanitario inglese; materiale informativo dell’Associazione AIDEE.

 

La leggenda dei “bambini che non sono pronti per la logopedia”

 

Posted by Silvia Magnani

Proprio ieri, la dottoressa Silvia Magnani ha postato questo articolo, veramente interessante!!! Mi piacerebbe che alcuni dei colleghi neuropsicomotricisti, psicologi e neuropsichiatri con cui ho lavorato lo leggessero…

Troppo spesso si ostinano a far iniziare il percorso logopedico dopo la fatidica maturazione (???) di cui parla la dottoressa Magnani, ma il logopedista è in grado di attuare attività adeguate e mirate al bambino che si trova davanti ed è in grado di modellare e modellarsi… (per lo meno quelli competenti!)

Ecco a voi l’articolo…

Molte volte, quando come foniatri raccogliamo l’anamnesi di un bimbo che giunge per una valutazione in ritardo di linguaggio, ci sentiamo dire che il piccolo, magari di due o tre anni, non è stato ancora appoggiato in terapia logopedica perché giudicato “non pronto”.

 

Quale maturazione stiamo aspettando?

Esiste in questa locuzione una convinzione intrinseca: un piccolo che necessita di una presa in carico logopedica può venirvi ammesso solo raggiunto un certo grado di maturità. Ma a quale maturità si allude?

La prima supposizione è che la maturità in questione sia una sorta di raggiungimento delle buone maniere paziente relate, che, in parole semplici, possono essere riassunte in questo: accettare il setting. Secondo questa visione un piccolo è adatto alla logopedia se dimostra una buona compliance alla modalità di esercizio abituale della professione logopedica (star seduto, star fermo una volta accomodato, accettare il lavoro al tavolo, non vagare per la stanza, ecc.). Un dubbio è legittimo: siamo certi che il logopedista debba essere un professionista in grado di operare solo a un tavolino?

La seconda supposizione è che un piccolo possa essere messo in terapia solo se ha una capacità di attenzione adeguata e prolungata. Anche qui è sottintesa una contraddizione: se il potenziamento dell’attenzione è esso stesso un obiettivo di interesse logopedico, non dovrebbe essere insita nel programma riabilitativo anche una attenzione specifica a questi aspetti? Non è pregiudiziale pretendere un livello di attenzione accettabile per iniziare a curare?

La terza supposizione è che un bimbo sia maturo per la terapia logopedica solo se è in grado di interessarsi alle proposte formali che sono il naturale bagaglio del logopedista (immagini, storie in sequenza, manipolazioni orali, esercizi prassici, modellamenti fonoarticolatori, ecc.).  L’assurdo della cosa è doppio: è il bimbo che deve essere adeguato alle esigenze del terapista e non piuttosto il terapista che deve adattarsi a quelle del bambino? Il terapista è solo un professionista addestrato a mettere in campo solo ciò che conosce e gli è stato insegnato, indipendentemente da chi ha di fronte, o non piuttosto un creatore di strategie in tempo reale?

La quarta supposizione è la più inquietante. Per accedere alla terapia logopedica occorre possedere almeno una minima competenza verbale-fonatoria o almeno comunicativa in sé.  Anche a questa modalità di procedere fa da corollario una convinzione molto diffusa: se comunicazione non c’è non deve esserci logopedia! Come se la logopedia non fosse terapia comunicativa in senso proprio ma solo terapia linguistica e, ancora più grave, come se la competenza comunicativa procedesse per vie alternative delle quali la linguistica è la più complessa (quindi da proporsi in situazioni di sviluppo più evoluto e, in ogni caso, più tardi). E questo quando è ovvio che al linguaggio siamo esposti sin dal ventre materno e che la nostra abilità linguistica evolve, si integra, si completa in armonia con le competenze comunicative mimiche, gestuali, posturali, vocali e pragmatiche.

 

Ma se non si accetta la sfida che professionisti si è?

Credo che di fronte alla affermazione apodittica “questo bambino non è pronto per la logopedia” un professionista debba per prima cosa stupirsi (c’è qualcuno “non pronto” per imparare a comunicare?), poi offendersi, perché con questa frase vede negata sia la propria creatività (di inventare esercizi nuovi o di adattare esercizi conosciuti al paziente), sia la propria professionalità di riabilitatore non solo del linguaggio.

Un’ultima precisazione merita ancora il ruolo rispettivo e la modalità di interazione tra psicomotricista e logopedista. La psicomotricità non è il contenitore terapeutico al quale inviare i cosiddetti “bambini non pronti per la logopedia”, quale fosse un training preparatorio alla educazione vera e propria degli aspetti linguistici della comunicazione.

La psicomotricità è una modalità di approccio terapeutico mediata dal corpo e dal movimento. Strumento fondamentale, insostituibile se questo è il medium preferenziale del piccolo, anche in presenza di linguaggio.

La logopedia è un approccio terapeutico che privilegia il medium vocale e linguistico ma che ha nel corpo, nell’uso dello spazio e del movimento alcuni degli strumenti possibili di avvicinamento, controllo e riabilitazione del piccolo paziente.

 

Giocando Creo…

Quest’anno l’inverno ci ha regalato tanti malanni, per cui le ho provate tutte per intrattenere i miei due nanerottoli, teatrino, letture, ricette, esperimenti, giochi, un pò di tv (che in alcuni momenti, mi salva proprio la vita…) ma ad un certo punto ho quasi esaurito le idee… Per fortuna ho rispolverato un libricino proprio carino che tenevo per i periodi “di crisi”, lo ha trovato mio cugino in un mercatino di roba usata ed ha pensato alla mia piccola artista che ama qualsiasi tipo di attività creativa… Ecco qui alcuni lavoretti da poter fare…

La prima foto rappresenta la legenda, in ogni creazione, infatti, trovate in alto a sinistra solo  la lista disegnata degli oggetti che servono per portare a termine l’attività, sotto la spiegazione (solo disegni, in modo tale da essere molto più comprensibile dai bambini) e nella parte destra il risultato. A me, Bianca e Pietro sono piaciuti moltissimo!!!

Che bel pacchetto!

I tuoi pacchetti saranno specialissimi grazie alla carta fatta a mano!

Procurati della carta da pacchi di vari colori, le tempere e poi cerca in casa, rovistando, oggetti che puoi usare per stampare su carta. Con le mani invece puoi realizzare piccole impronte… di piedi!

Immergi il pugno nel colore e premilo sulla carta. Con la punta dell’indice aggiungi le dita. Distribuisci le impronte su tutta la carta!

Altre idee per fare dei pacchi regalo originali possono essere l’utilizzo di una spugna immersa nelle tempere e poi appoggiata in varie zone della carta, oppure una patata o una carota intagliata da utilizzare come timbri o la parte laterale dei rocchetti o della pasta corta anch’esse da immergere nelle tempere e poi da utilizzare come timbri o, ancora, la plastica a bolle per imballaggio, colorata con un pennello e del colore da girare e schiacciare sulla carta da pacco.

Dopo aver fatto asciugare le tempere, impacchetta il regalo, completa i tuoi pacchetti con un bel nastro ed un bigliettino…che potrai creare utilizzando la stessa tecnica.

Consegna speciale.

Spedisci i tuoi biglietti in coloratissime e vivaci buste fatte da te. Taglia, piega, incolla e imbuca.

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Buste fatte a mano, cosa serve?

  • qualsiasi tipo di carta o cartoncino, vecchie riviste, fumetti, carta da regalo, qualsiasi tipo di carta che altrimenti avresti buttato. Puoi anche decorare la carta con tempere o adesivi.
  • Forbici
  • Colla
  • Adesivi, bottoni e tempere (solo se vuoi decorare le buste!)

 

BUSTA RETTANGOLARE

Taglia un rettangolo, puoi usare come sagoma un foglio A4, così sarai preciso. Poi piegalo in tre parti.

Incolla i lati esterni della parte inferiore e piega verso l’alto.

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Piega verso il basso la parte superiore. Ecco la tua busta!!!

Chiudi con un adesivo, ma prima non scordarti di mettere il biglietto!

 

BUSTA QUADRATA

Ritaglia un quadrato di circa 20 cm per lato e ruotalo in modo tale da avere un vertice in alto, uno in basso e due laterali, poi piega verso il centro gli angoli laterali e verso l’alto l’angolo inferiore. A questo punto incolla i tre angoli piegati verso il centro.

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Piega anche il lembo superiore e fermalo con un adesivo o incollando un bottone.

BUSTA DIPINTA

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Puoi anche dipingere le buste, ad esempio, in questo caso abbiamo immerso una spugna (o in alternativa un foglio di carta stropicciato) nel colore e poi l’abbiamo usata come un timbrino per colorare una semplice busta azzurra (…fatta da noi!).

Auguri pop-up!

Perchè accontentarsi di auguru tradizionali? Puoi mandare specialissimi auguri pop-up tridimensionali!

Cosa serve:

  • Sagoma del biglietto
  • Fogli A4
  • Colla
  • Forbici
  • colori
  • Cartoncino colorato
  • Adesivi (facoltativi)

Come procedere?

  1. Piega a metà un foglio bianco e traccia il disegno dei pacchetti o dell’albero o del pupazzo di neve. Taglia soltanto lungo le linee continue. Tra le immagini trovi la sagoma del biglietto
  2. Taglia ora un cartoncino leggermente più grande del foglio bianco e piegalo a metà.
  3. Incolla il foglio bianco sul cartoncino, prestando attenzione a non incollare le parti mobili. Decoralo con adesivi (o disegni) natalizi che ti piacciono.
  4. Assicurati che le sagome dei regalio albero o pupazzo siano piegati verso l’esterno quando chiudi il biglietto così che all’apertura risultino in rilievo.

Pianta un regalo…

Ecco un regalo originale: un vaso dipinto. Metti il necessario all’interno, copri con il sottovaso e chiudi con un nastro.

Cosa serve?

  • un vaso ed il suo sottovaso
  • colori acrilici o tempere
  • sacchetti trasparenti di plastica
  • terra
  • ghiaia o sassolini
  • semi o bulbi di fiori o erbe aromatiche
  • un sasso o un foglietto da decorare
  • un’etichetta
  1. Prendi un vaso con il suo sottovaso, con i colori acrilici o le tempere, dipingili come preferisci.
  2. Riempilo con l’occorrente: un sacchetto di terra, uno di ghiaia, una busta di semi o dei bulbi e un foglietto decorato con l’immagine del fiore che nascerà.
  3. Taglia un nastro in due lunghi pezzi che incrocerai. Appoggia il vaso al centro e annoda i nastri in un bel fiocco.
  4. Termina con un’etichetta decorata

Piccoli pasticceri crescono

Bisogna arrendersi: quando arriva la brutta stagione non sempre si può andare a giocare fuori e allora una delle attività più belle da fare con i miei bambini è quella di cucinare insieme, cerchiamo di creare piatti sani e genuini ma, a volte, fare uno strappo alla regola non può che fare bene…divertimento e super piacere!!! E allora ecco la ricetta dei MUFFINS BUDINOSI che possono essere fatti dai bimbi ad eccezione “dell’infornata”. Chiaramente se i bimbi sono piccolini come i miei, serve una SUPERsupervisione!!!

Per l’impasto al cioccolato:

  1. 1 busta di budino al cioccolato
  2. 125g di mascarpone
  3. 60g di zucchero
  4. 60g di farina
  5. 3 cucchiai di succo di pera (io lo faccio con l’estrattore)
  6. 2 uova
  7. 1/2 bustina di lievito per dolci

Per l’impasto alla vaniglia:

  1. 1 busta di budino alla vaniglia
  2. 125g di mascarpone
  3. 60g di zucchero
  4. 60g di farina
  5. 3 cucchiai di latte (io, in certi periodi ho quello della nostra mucca)
  6. 2 uova
  7. 1/2 bustina di lievito per dolci

Gli strumenti necessari:

  • stampini per muffin
  • 2 ciotole
  • 2 cucchiai di legno
  • 1 teglia da forno
  • 1 setaccio

Questa ricetta è magica perchè trasforma il budino in deliziosi muffin. Una volta preparati tutti gli ingredienti, iniziate con l’impasto alla vaniglia: riunite in una ciotola il contenuto della busta di budino alla vaniglia, la farina setacciata con zucchero e lievito. Mescolate in modo che le polveri si uniscano bene; unite le 2 uova e mescolate un pò. Ora aggiungete il mascarpone e il latte ed amalgamate tutti gli ingredienti. Mettete la ciotola da parte e procedete allo stesso modo con l’impasto al cioccolato. Se usate i pirottini di carta, ricordatevi di inserirli in uno stampo più rigido, tipo quelli di alluminio usa e getta. Riempite gli stampini alternando i due impasti. Trasferite i muffin sulla teglia e poi dite all’aiuto cuoco (mamma o papà) di cuocerli in forno a 180° per 20 minuti circa. Se non siete sicuri della cottura, fate controllare ai vostri genitori con uno stuzzicadenti, se dopo averlo infilato nel muffin esce asciutto sono pronti!!! Fate sfornare e lasciate intiepidire i vostri dolcetti prima di servirli magari accompagnati da una tisana o da un estratto dio frutta! BUONA MERENDA!!!

Il buongiorno si vede dalla colazione.

In questi tre anni di “mammità” ho provato a proporre ai miei due cuccioli vari tipi di colazione, alcuni sono stati apprezzati tantissimo, altri un pò meno ma l’importante è assaggiare tutto e fare in modo di creare curiosità nel bambino affinché non si rinchiuda nel fatidico “non mi piace” senza nemmeno provare a mettere in bocca un pezzetto di quello che gli viene proposto. In inverno, poi, per me la colazione è quasi un rito sacro…

Come già descritto nelle ricette fatte con Bianca, noi apprezziamo molto lo yogurt da accompagnare con il muesli, al suo interno vi sono semi oleosi, molto importanti, la frutta a guscio e quella essiccata, che fornisce zuccheri semplici ed ha il contenuto vitaminico della frutta.

Un’alternativa gustosa è la ricotta mescolata con mezzo cucchiaino di miele (la cosa migliore) o di zucchero, che se lavorata un pochino con forchetta o cucchiaio diventa una piacevole crema.

Le composte di frutta da spalmare sul pane o su una fetta biscottata sono perfette e volendo si può aggiungere un velo di burro che, se assunto con moderazione, è un ottimo grasso per i bambini.

E se i vostri pargoli non amano la colazione dolce? Una fetta di pane leggermente tostato, meglio se integrale, accompagnato da una fetta di prosciutto crudo o cotto è una perfetta alternativa. Anche i formaggi sono una buona soluzione e più sono stagionati più sono digeribili, ad esempio si può ricorrere al parmigiano reggiano o al grana padano. Per quanto riguarda il pane possono essere fatte diverse proposte: pane di segale, di grano saraceno, ai 5 cereali o di farina di castagne che sono una buona fonte di amido ed energia come il pane semplice, ma sono anche interessanti per invogliare a nuove esplorazioni sul gusto. Ai sapori salati si possono accostare delle tisane, ad esempio alla frutta ma anche un succo di mirtillo o mela o una spremuta. (Io ho comprato l’estrattore per fare i succhi fatti in casa, un ottimo acquisto che consiglio vivamente!!! I bimbi ne vanno pazzi, bevono sia quelli di frutta che di verdura, tipo carote, arance e limone.)

Se dopo la colazione decidete di andare a fare una passeggiata o un giro da qualche parte non dimenticatevi di portare con voi uno spuntino perchè a volte IL LANGUORINO COGLIE DI SORPRESA… A me capita spesso che a metà mattina i bimbi mi dicano: “Mamma, ho fame!” Se amano il salato vanno bene dei pezzettini di parmigiano o grana. Un’ ottima alternativa sono una manciata di mandorle, noci o pistacchi non salati, tutti alimenti pratici da portare con sé. Va bene anche un pezzettino di cioccolata fondente. Anche la frutta essiccata è un ottimo snack: le rotelle di mele, i mirtilli, le albicocche, le banane, oppure la frutta fresca di stagione. Ricordate anche una scorta d’acqua oppure se fuori fa particolarmente freddo, preparate una tisana da mettere in un termos, scegliendo tra infusi alla frutta, alla mela, al mirtillo, dolcificati con una punta di miele.

 

Vacanza in montagna? 10 regole d’oro.

Per garantire un soggiorno sulla neve senza problemi a tutta la famiglia, ecco dei consigli semplici ma utili:

  1. kit benessere: portare con sé in valigia alcuni “indispensabili” come il paracetamolo per febbre eventuale, un decongestionante nasale per il raffreddore, una crema emoliente e idratante.
  2. Febbricciola? Una temperatura fino ai 37 – 37.5 oppure tosse e raffreddore non impediscono di godersi una giornata sulla neve.
  3. Aria aperta: tenere i bambini il più possibile all’aria aperta, anche quando fa freddo.
  4. Vita attiva: preparare i bambini alla vita attiva che si fa sulla neve. L’errore spesso è quello di passare in modo brusco dai ritmi sedentari “di casa” a quelli dinamici della montagna. Alcune settimane prima della vacanza è bene proporre passeggiate o gite in bicicletta.
  5. Gelo? No problem: Fino ai 3000 metri non ci sono cambiamenti significativi che possano inficiare sulla vacanza, non c’è da preoccuparsi per le condizioni climatiche perché tutte le stagioni sciistiche insignite della bandiera bianca si trovano ad un’altitudine che non crea problemi, neppure ai neonati.
  6. Cipolla! Vestire sempre i bambini a strati, anche quando fa molto freddo. così al bisogno potremo alleggerirli o ricoprirli.
  7. Protezione della pelle. Ogni giorno prima di andare sulle piste è buona regola spalmare sul viso una crema protettiva, avendo cura di spalmarla una seconda volta quando ci si ferma per il pranzo. Inoltre, potrebbe essere un’ottima idea,  portare con sé uno stick protettivo per proteggere le parti più esposte, ovvero naso, labbra e orecchie.
  8. Colazione energetica: la colazione è fondamentale e non va mai saltata. Negli hotel la scelta è immensa quindi sbizzarritevi per fare una giusta scorta di energia, ma non appesantite troppo la vostra digestione in vista delle attività sportive e ludiche sulla neve.
  9. S.o.S casco: indossare sempre il casco mentre si usano sci e snowboard.
  10. Educazione in pista. Il benessere dei bambini sulla neve parte anche da una buona educazione, che va insegnata prima della tecnica: devono sapersi muovere sule piste, specie quelle più affollate, con comportamenti a tutela della sicurezza propria e degli altri.